Bolsena

Bolsena

4. Panoramica della superficie di scavo nella parte inferiore dell’Aiola
Provincia
Viterbo
Località
Gran Carro di Bolsena - II parte
Tipologia
Insediamento sommerso
Autore della scheda
Barbara Barbaro

Descrizione

Nel corso del 2021, sono continuate le attività di ricerca finalizzate all’individuazione e alla migliore conoscenza dell’area occupata dall’insediamento protostorico sommerso del Gran Carro di Bolsena da parte del Servizio di Archeologia Subacquea della Soprintendenza in collaborazione con il Centro Ricerche Archeologia Subacquea (CRAS Aps) finalizzate ad una migliore conoscenza del complesso archeologico sommerso ai fini della tutela, e di una sua eventuale valorizzazione.

Grazie alle ricognizioni effettuate durante il 2020 per la sottoposizione a vincolo dell’area, si è potuto constatare che la cosiddetta Aiola, doveva certamente far parte dell’insediamento, anche se non era mai stata finora indagata sistematicamente.

Il monumentale complesso ellittico, formato da un grosso cumulo di pietrame informe senza leganti, dell’ampiezza di 60 per 80 metri circa, non era infatti stato finora interpretato. Questo in epoca antica si trovava certamente all’asciutto in un’area in cui è attestata, anche oggi, la presenza di sorgenti calde che sgorgano da più punti dell’accumulo.

Una trincea dell’ampiezza di 3 metri lungo il lato nord dell’Aiola sta dando finalmente le riposte all’interpretazione del complesso monumentale.

Le pietre si presentano come una sorta di fodera di un tumulo che è formato principalmente di strati di cenere, carbone alternati a strati di terreno. Il materiale rinvenuto finora si inquadra nella prima età del Ferro (IX sec. a.C) come quello rinvenuto nell’area della palafitta, ma sono stati individuati per la prima volta anche strati con materiale attribuibile al Bronzo Finale (XII-X sec. a.C)

Ad una prima analisi dei dati, dovrebbe trattarsi di un’area dedicata al culto formatosi nel tempo, probabilmente da un nucleo centrale più antico che mano mano si è espanso proprio per la natura dei riti che venivano svolti, e che prevedevano l’accensione di fuochi nella parte superiore dell’Aiola, dove la superficie è piana, e il seppellimento di offerte di cibo nelle parti più scoscese sui lati del tumulo.

Tali offerte erano deposte in vasi biconici, riempiti da semi e ossa animali combusti, coperti da scodelle ad orlo rientrante, a loro volta coperti da pietre, con un rituale del tutto simile a quello attestato per le tombe ad incinerazione villanoviane. Questo tipo di luogo di culto evidentemente collocato all’aperto e forse collegato alla venerazione di divinità ctonie, non era mai stato attestato prima in maniera così evidente in altri contesti protostorici coevi.

La parte superiore dell’Aiola, dove probabilmente si svolgevano i riti si presentava con una superficie costellata di roghi e frammenti di vasi, ma soprattutto ha restituito una grande quantità di oggetti metallici, anche frammentati, tra cui fibule, anellini, spilloni in bronzo, rotelle a raggi forse d’argento e molte fusaiole anche finemente decorate, che in qualche modo richiamano al mondo femminile sulla base degli studi effettuati sui corredi nelle sepolture.

Tra gli oggetti rinvenuti, certamente da un livello della prima età del Ferro, emerge un busto di una figurina di bronzo fusa che si inserisce eccezionalmente nello scarso patrimonio finora conosciuto della plastica figurativa protostorica dell’Etruria. Ancora tutta da interpretare la posizione di questo personaggio con corpo e copricapo scanalato, che tiene nelle mani poste al termine delle esili braccia, due oggetti circolari dei quali è ancora incerta la connessione con le espansioni laterali del copricapo. Questo presenta un viso e soprattutto una resa degli occhi molto simile ad alcuni bronzetti sardi, con richiami iconografici anche nel geometrico greco, tuttavia l’incredibile importanza del rinvenimento risiede proprio nella sua unicità nel panorama della plastica figurativa villanoviana.

In questo momento le migliori speranze della documentazione di questo tipo di oggetti sono proprio affidate al Gran Carro, insediamento unico per lo stato di conservazione nel panorama degli abitati protostorici dell’Italia centrale medio-tirrenica.

Le operazioni sono state dirette dalla dott.ssa Barbara Barbaro (funzionario archeologo subacqueo del MiBACT) e da Egidio Severi (assistente tecnico archeologo subacqueo), in stretta collaborazione con i subacquei specializzati dell’Associazione CRAS A.p.s. (Stefania di Blasi, Giuditta Gatteschi, Massimo Lozzi, Stefania Pollini, Amedeo Raggi, Massimo Taddei)

Bibliografia

A. Fioravanti ed E. Camerini L’abitato villanoviano del Gran Carro, Roma 1977.

P. Tamburini, Un abitato villanoviano perilacustre; il "Gran Carro " sul lago di Bolsena (1959-1985). Prefazione di G. Colonna, Roma, 1995.

B. Barbaro B., E. Severi, L'abitato sommerso della prima età del Ferro del “Gran Carro” di Bolsena: verso una nuova prospettiva. Analysis Archaeologica 2018, volume 4, 2020

2. Veduta dal drone dell’Aiola con indicazione dell’area indagata 3. Ricostruzione 3D della superficie dell’area indagata 4. Panoramica della superficie di scavo nella parte inferiore dell’Aiola 5. Particolare di uno dei vasi deposti nella parte inferiore dell’Aiola 6. Panoramica della superficie di scavo nella parte inferiore dell’Aiola 7. Particolare di fasi di lavoro e pulizia della superficie 8. Particolare di fasi di lavoro e pulizia della superficie 9. Particolare di una delle rotelle a raggi rivenute nella parte superiore dell’Aiola
1. Il bronzetto villanoviano rinvenuto nella parte superiore dell’Aiola